Articolo ripreso da
https://www.forumdeicomunisti.it/spunti_PCI.html, che proponiamo ai nostri lettori, per aprire un dibattito franco e serio, tra compagni, sulla storia dei comunisti nel nostro paese, per fare un bilancio serio e trasparente su ciò che è stato, perché la storia ci sia maestra, per superare errori pratici e teorici nella lotta che ogni giorno portiamo avanti, per fare dell'Italia un paese socialista e migliore.
QUANDO E COME CAMBIA IL PCI
Schema di ricerca per una
discussione
sulla sua trasformazione genetica
1 - Un chiarimento su Salerno
2 - Il 1953 e il cambiamento degli equilibri politici
3 -Il 1956 e i suoi effetti sul PCI
4 - L'VIII Congresso e la “via italiana al socialismo”
5 - La rottura degli equilibri in Italia. Le lotte, il terrorismo, il PCI si fa
Stato.
Berlinguer passa il Rubicone
6 - Perchè è stato possibile liquidare il PCI?
1 - Un chiarimento su Salerno
Nel considerare
la storia del PCI e valutare la sua trasformazione genetica alcuni compagni che
si considerano più comunisti degli altri fanno risalire la sua svolta
socialdemocratica alla politica di Salerno. Ebbene, siamo costretti a
contraddire questa interpretazione perchè, come dimostreremo, c'è una
differenza sostanziale tra la mutazione genetica del PCI e le sue origini e ciò
che è stata veramente la svolta di cui Palmiro Togliatti è stato protagonista
al suo arrivo in Italia alla fine del marzo 1944.
Innanzitutto c'è da considerare la correlazione internazionale
tra la politica di Salerno e la posizione dell'Unione Sovietica di cui Stalin,
all'epoca, era il massimo dirigente. I due fatti che caratterizzano questa
correlazione sono il riconoscimento del governo Badoglio da parte dell'URSS e
l'incontro di Togliatti con Stalin nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1944,
prima della sua partenza per l'Italia.
E' noto che il punto principale della svolta di Salerno fu la
decisione di accettare la collaborazione con il governo Badoglio e coi Savoia e
questa decisione fu accettata, alla fine, da tutti i partiti antifascisti, che
pure al Congresso di Bari, tenuto agli inizi del 1944, avevano deciso sulla
pregiudiziale antimonarchica: non si collabora con un monarca responsabile di
una connivenza ventennale col fascismo, dell'entrata in guerra dell'Italia a
fianco della Germania nazista, della fuga da Roma l'8 settembre 1943. Eppure, e
non è un caso, proprio nel marzo del 1944 l'URSS riconosce il governo Badoglio
prima e all'insaputa degli angloamericani che occupavano una parte dell'Italia
dove peraltro gli antifascisti operavano.
Facile porsi la domanda: perchè l'URSS riconosceva il governo
italiano presieduto da Badoglio e in che relazione stava quella decisione con
ciò che Togliatti e Stalin si erano detti in quella notte del 4 marzo prima
della partenza del segretario del PCI per l'Italia? E' a questa domanda che i
comunisti critici di Salerno devono rispondere e delle due l'una, o Stalin
sbagliava strategia oppure ciò che ha fatto Togliatti a Salerno corrispondeva
alla strategia del movimento comunista e alle decisioni del VII congresso
dell'Internazionale comunista sulla necessità di creare un fronte antifascista
mondiale.
Qualcuno dei compagni critici, arrampicandosi sugli specchi,
prova a distinguere tra la collaborazione con Badoglio - fare il governo per
vincere la guerra - e la strategia che era esplicitamente dichiarata assieme a
quella scelta. Si trattava della questione Monarchia-Repubblica che sarebbe
stata decisa alla fine della guerra da una Assemblea Costituente che avrebbe
deliberato anche sulla nuova Carta costituzionale. La scelta di collaborare con
Badoglio era dunque correlata a una prospettiva politica di più ampio respiro
che comprendeva l'asse strategico con cui il PCI avrebbe affrontato, dopo la
caduta del fascismo, i nodi della ricostruzione del paese e del carattere che
avrebbe assunto l'Italia post-fascista. Questa fu Salerno e non è possibile
confonderla con la mutazione genetica del PCI.
2 - Il 1953 e il cambiamento degli equilibri politici
Per capire meglio le scelte del
PCI dopo Salerno bisogna analizzare gli avvenimenti degli anni 45/47 e quelli
successi fino al 1953, anno in cui la sconfitta della legge truffa collegata
alle elezioni del 7 giugno di quell'anno confermava il ruolo importante del
Partito comunista nell'equilibrio politico italiano.
Innanzitutto occorre fare un bilancio dei risultati ottenuti dal
PCI nelle due differenti fasi politiche, quella dopo il 25 aprile e la
successiva che segue la sua cacciata dal governo e arriva fino alla vittoria
elettorale del 7 giugno del 1953. Questo per evitare che, sovrapponendo gli
avvenimenti, si crei una sorta di cortina fumogena che appiattisce i passaggi
che invece hanno la loro specificità e vanno compresi nella loro valenza.
Il periodo che segue il 25 aprile e si estende fine al 1947, anno
della rottura dell'unità nazionale, è quello che consente la fondazione della
Repubblica e l'approvazione della Costituzione, due obiettivi storici che
cambiano il volto dell'Italia e confermano la politica di Salerno. I critici
della svolta devono fare i conti con un risultato che mette in crisi i
presupposti su cui poggia la loro posizione. La domanda difatti è: Salerno ha
consentito o no l'uscita di scena della monarchia e la fondazione di una
Repubblica basata su una Costituzione progressista? Era questa la strada da
imboccare e che corrispondeva, come si è visto, alla strategia del movimento
comunista dopo il VII congresso dell'Internazionale e nella guerra
antifascista? Domande retoriche che dovrebbero mettere fine all'eterna polemica
di 'sinistra' che certi settori minoritari di comunisti continuano ad
alimentare e sostanzialmente ha una matrice di tipo trotskista.
Dopo il gennaio 1948, data di approvazione della Carta
costituzionale da parte dell'Assemblea Costituente, per il PCI si apre un'altra
fase. Il partito deve fronteggiare l'offensiva del blocco democristiano a guida
americana e vaticana che tende a eliminare quel bastione, composto da milioni
di italiani, soprattutto operai e contadini, che rappresentava un ostacolo alla
normalizzazione del ‘vento del Nord’ che aveva soffiato potentemente dopo il
25 aprile. Le intenzioni delle forze conservatrici che facevano capo alla DC ed
erano collegate e subordinate agli Stati Uniti erano di andare fino in fondo
nello scontro e prevedevano anche la messa fuori legge del PCI.
Le elezioni del 18 aprile 1948 furono un banco di prova che
consentì di pensare che il progetto di liquidazione del Partito comunista fosse
nell'ordine delle opzioni possibili e l'attentato a Togliatti del luglio dello
stesso anno ne fu la conferma. Uccidere Togliatti e scatenare una guerra civile
dopo la sconfitta elettorale del Blocco del popolo poteva essere la strada per
raggiungere l'obiettivo. Ma il PCI aveva un gruppo dirigente consolidato nella
lotta clandestina durante il fascismo e nella Resistenza e si era fatto le ossa
con la presenza di Togliatti a Mosca dopo l'arresto di Antonio Gramsci. La
trappola non scattò, anche se le provocazioni armate contro i comunisti e i
socialisti continuarono. L'eccidio di Portella delle ginestre è del 1º maggio 1947
e molti altri atti di repressione politica e giudiziaria si andarono aggiungendo
nel corso degli anni fino ai processi dei partigiani rei di aver combattuto e
colpito i fascisti.
Battuti sul terreno della resistenza di massa e dalla tenuta
delle lotte operaie e contadine e coi risultati elettorali che consentivano la
conquista di molte amministrazioni comunali, i democristiani, per superare gli
ostacoli, puntano a una riforma elettorale che impedisca la destabilizzazione
dei governi centristi determinata dalla forte presenza e iniziativa dei
comunisti. E' a questo punto che nasce la proposta di approvare una legge
maggioritaria, all'epoca chiamata legge truffa, che alle elezioni politiche del
7 giugno 1953 avrebbe consentito a un’alleanza elettorale che avesse conseguito
il 50+1% dei voti di avere il 75% dei seggi. La legge truffa non scattò, il
sistema proporzionale rimase in vigore e la sconfitta indusse Alcide De
Gasperi a ritirarsi dalla scena politica.
L'aria che si respira dopo il 7 giugno del 1953 comincia ad
essere diversa. Il PCI non è più l'emissario di Mosca, ma un partito ben
radicato nella realtà democratica e di classe e con un rapporto solido col
campo socialista e con i movimenti di liberazione nazionale. Strategicamente il
Partito comunista mantiene ben chiaro l'asse di riferimento rispetto al
movimento comunista internazionale.
A questo punto però Togliatti pensa che il partito debba fare un
passo in avanti nel rapporto con la società e questo passo trova sbocco in un
rinnovamento dei quadri del partito le cui caratteristiche dovevano essere più
adatte ad agganciare quei settori della società che si andavano avvicinando
all'organizzazione e con cui si potessero gestire progetti di trasformazione
della società che non fossero direttamente legati al conflitto nel modo con cui
si era espresso fino ad allora.
La sostituzione di Pietro Secchia con Giorgio Amendola alla
direzione dell'organizzazione del partito fu il segnale del cambiamento e
costituisce ancora oggi materia di discussione. Certamente esisteva una
differenza nella formazione dei due dirigenti politici. Uno, Pietro Secchia, di
origini popolari e con notevoli capacità organizzative e cospirative, l'altro
un dirigente che veniva da una famiglia borghese come quella di Giovanni
Amendola, che peraltro aveva pagato con la vita il fatto di non essersi
piegato, nonostante fosse un nazionalista, al potere mussoliniano.
Il partito cambiava faccia? Certamente dirigenti come Edoardo
D'Onofrio, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia e altri venivano considerati
appartenenti alla vecchia guardia. Fu l'inizio della mutazione genetica e
Togliatti ne era il responsabile? Porre le questioni in questo modo è sbagliato
perchè bisogna andare a vedere il contesto della linea politica per giudicare
il carattere dei cambiamenti. Il neotrotskismo non ci aiuta a valutare le cose.
In realtà, con le scelte organizzative, eravamo ancora nel contesto della linea
togliattiana.
3 - Il 1956 e i suoi effetti sul PCI
La vera prova della nuova fase
è il 1956, quando Kruscev mette sotto accusa la politica di Stalin e gli atti
che gli vengono attribuiti come crimini. Per un partito comunista occidentale,
come quello italiano, con un seguito di massa e una borghesia pronta ad usare
tutti i mezzi nel tentativo di demolirlo, la denuncia di Kruscev crea una
condizione nuova che obbliga i comunisti a rispondere di ciò che era successo
in Unione Sovietica nel periodo di Stalin. E la risposta doveva essere
convincente soprattutto per quelli, iscritti o votanti, che fino ad allora
avevano seguito il PCI con coraggio e entusiasmo.
Con la famosa intervista alla rivista Nuovi Argomenti [1], Togliatti,
pur dimostrando poca stima per Kruscev per il modo raffazzonato con cui aveva
posto le questioni al XX Congresso del PCUS, non entra nel merito della
denuncia, ma cerca di sviluppare un ragionamento generale che, senza rifiutare
le questioni specifiche che il segretario dei comunisti sovietici aveva posto,
cerca di inquadrare storicamente le vicende legate al modo con cui Stalin aveva
gestito il potere. Togliatti non ha il coraggio di contestare, come invece
fecero i comunisti cinesi, il giudizio su Stalin e la questione della
'violazione' della democrazia socialista, ma raccoglie le indicazioni generali
del segretario del PCUS sulla necessità di un rinnovamento del socialismo e la
creazione di nuovi rapporti internazionali che consentissero all'URSS e ai
paesi socialisti uno sviluppo in un clima di pace. Su questa linea Togliatti
imbastisce la difesa anche di fronte agli italiani, ai militanti del partito e
agli elettori.
Su due cose, in particolare, Togliatti tace: sul fatto che,
avendo lavorato a Mosca per molti anni nell'Internazionale comunista, e quindi
a contatto con Stalin, non poteva non sapere come erano andate le cose e, in
secondo luogo, non inquadrava il processo reale che si era innestato in URSS
con il XX Congresso. La parola controrivoluzione non entra nel
vocabolario togliattiano.
Però Togliatti, da grande dirigente qual era, cerca di mettere le
cose in modo tale da riuscire a recuperare la storia del movimento comunista
dentro il processo di rinnovamento che si auspicava dopo il XX Congresso. In
sostanza, dice Togliatti al gruppo dirigente del PCUS, intanto dove eravate
all'epoca del 'culto della personalità' dal momento che fino ad oggi avete
taciuto e poi, visto che la vostra denuncia riguarda fatti che vengono da
lontano, come mai l'Unione Sovietica dal 1924 ad oggi ha fatto passi in avanti
giganteschi non solo in economia, ma nelle relazioni internazionali e battendo
le armate naziste? Inquadrando così le cose la linea del PCI risultava
convicente. Da una parte si manteneva il giudizio storico positivo sulla
rivoluzione d'Ottobre e i suoi effetti a livello internazionale e dall'altra si
accoglieva l'esigenza di aprire la società sovietica a nuove esperienze di
partecipazione dei lavoratori e dei cittadini superando lo stato d'emergenza
che aveva caratterizzato per decenni la situazione interna all'URSS. Su
esplicita domanda del redattore di 'Nuovi Argomenti', Togliatti chiarisce
comunque che il dibattito sulle nuove caratteristiche della società sovietica
non implicava la nascita del pluripartitismo che, aggiunge, è una
caratteristica specifica della democrazia borghese.
Il PCI di Togliatti esce dunque relativamente bene dalla prima
fase successiva al XX congresso. Il Partito serra le file attorno a una
posizione convincente che tiene testa al krusciovismo e dimostra una maturità
di fronte agli avvenimenti storici. Ma le parole non bastano per affrontare una
situazione che andava degenerando e non a caso, la controrivoluzione ungherese,
dopo i fatti di Poznan in Polonia, chiarisce le conseguenze del modo di agire
degli apprendisti stregoni che a Mosca guidavano l'avventura kruscioviana e
costringe i comunisti a schierarsi.
Il PCI denuncia senza mezzi termini la controrivoluzione
ungherese e il suo carattere internazionale, mentre bande di fascisti a Roma
come a Milano assediavano le sedi del partito. I fatti d'Ungheria scuotono il
partito e mettono in evidenza che ormai la partita si fa dura. Di fronte alla
durezza dello scontro si verificano abbandoni di intellettuali di spicco e
nascono i dissensi con gli universitari comunisti che contrastano la versione
ufficiale del partito su ciò che sta accadendo. Ma per i 'rinnovatori' la
partita dovrà essere rimandata perchè il gruppo dirigente resiste e le
defezioni sono marginali.
4 - L'VIII congresso del PCI e la via italiana al socialismo
Per il PCI e per Palmiro
Togliatti che ne era il massimo e incontestato dirigente, il XX Congresso
diventa l'occasione per rimettere a punto una strategia adeguata a ciò che
stava emergendo nel contesto internazionale, ma anche dentro il movimento
comunista, rispetto alla sua storia e ai problemi di interpretazione che quella
storia poneva.
L'VIII Congresso del PCI si tenne a Roma dall'8 al 14 dicembre
del 1956 e dette la possibilità a Togliatti di definire in modo organico la
linea del partito e quella che da allora venne definita 'via italiana al
socialismo'. [2]
Ovviamente il punto di partenza del suo discorso fu la situazione
internazionale, rispetto alla quale si ribadiva, in sede congressuale, che
l'apertura di Kruscev all'occidente imperialista corrispondeva a una necessità
oggettiva per la pace e che la nuova situazione, dovuta al cambiamento dei
rapporti di forza, rendeva possibile affermare anche che la guerra era
evitabile, cambiando così un presupposto leninista che fino ad allora si era
basato sull'inevitabilità del conflitto coll'imperialismo. Su questo punto,
come è noto, si sviluppò una forte polemica tra comunisti sovietici e cinesi
che sostenevano invece quella che era considerata la posizione leninista:
l'imperialismo porta inevitabilmente alla guerra.
Malauguratamente, Togliatti, nella sua relazione, doveva prendere
atto però che mentre si ragionava di nuova fase delle relazioni internazionali
e di evitabilità della guerra, inglesi e francesi avevano bombardato Suez e
scatenato una guerra con l'Egitto per impedire la nazionalizzazione del canale.
L'ottimismo per le tesi di Kruscev fu inevitabilmente ridimensionato, ma il
concetto di fondo rimase: la guerra si poteva evitare.
Questa valutazione apriva le porte a una conseguenza che nel
congresso fu oggetto di particolare attenzione. In sostanza si disse che se la
situazione internazionale stava cambiando, anche il conflitto politico e di
classe subiva delle modificazioni e non solo perchè il XX Congresso aveva
evidenziato che nello sviluppo del movimento comunista si erano registrati
processi di centralizzazione e di burocratizzazione che andavano superati, ma
anche perchè, nel contesto, veniva alla luce anche la possibilità di
un'autonomia dei singoli partiti comunisti nella ricerca di una propria via al
socialismo nelle nuove condizioni storiche.
Sulla base di queste considerazioni Togliatti si spinge
abbastanza avanti nelle critiche sui risultati del XX Congresso del PCUS,
mettendo in evidenza che il processo di rinnovamento non aveva avuto i risultati
sperati, a partire dalle democrazie popolari dove la situazione polacca e
quella ungherese dimostravano la sostanziale incapacità dei gruppi dirigenti
comunisti di gestire le situazioni.
Quelle sollecitazioni di Togliatti a cambiare una situazione
divenuta insostenibile dimostravano però la totale incomprensione di ciò che
era accaduto con l'avvento di Kruscev alla segreteria del partito comunista
sovietico e le conseguenze che ne erano derivate. La gestione del socialismo
reale, così come si era andata configurando dopo la vittoria contro il nazismo
e lo scatenamento della guerra fredda da parte dell'imperialismo occidentale a
guida americana, aveva imposto scelte che non potevano essere modificate con la
criminale denuncia dello stalinismo che aveva invece inferto un colpo mortale
alla credibilità del sistema socialista e alle ancora deboli strutture dei
paesi socialisti europei e messo in moto un processo controrivoluzionario nella
stessa Unione Sovietica. Da lì le metastasi avrebbero raggiunto anche l'Europa
occidentale come dimostra la svolta occhettiana nel momento in cui crolla il
muro di Berlino.
Togliatti dunque non solo non aveva capito, o voluto capire, la
natura degli avvenimenti del 1956, ma si illudeva che i discorsi sul
rinnovamento e lo sviluppo della democrazia potessero frenare la
controrivoluzione.
L'VIII Congresso del PCI servì anche a discutere quella che sarà
definita 'via italiana al socialismo'. La messa in discussione del carattere
autoritario del sistema stalinista, valutato al di fuori del contesto storico,
e l’introduzione del concetto di democrazia socialista come modello astratto
comportò la necessità di superare quella ‘doppiezza’ che veniva attribuita ai
comunisti italiani e Togliatti proprio in sede congressuale sciolse il dilemma.
Per i comunisti italiani non esisteva un dilemma tra riforme o rivoluzione. Il
processo che portava alla trasformazione del sistema era stato impostato già
nel 1944 e consisteva nell'applicazione dei principi costituzionali e nello
sviluppo di una democrazia progressiva collegata ai movimenti di massa.
Non era una via parlamentare al socialismo, anche se il
Parlamento in questo contesto aveva una funzione, ma una capacità del Partito
comunista di guidare, attraverso i passaggi individuati, una strategia basata
sul binomio movimenti-trasformazioni.
In questo consisteva il progetto strategico della 'via italiana
al socialismo' ed è bene sottolineare, per quelli che appiattiscono le
valutazioni sulla storia del PCI, che quella impostazione era ben diversa da
ciò che avvenne poi con Berlinguer.
5 - La rottura degli equilibri
in Italia. Le lotte, il terrorismo,
il PCI si fa Stato. Berlinguer valica il Rubicone.
Con il memoriale di Yalta,
elaborato da Togliatti nell'agosto 1964, nel mese della sua morte, si conclude
la sua vicenda umana e politica iniziata dal lontano 1926, dopo l'arresto di
Gramsci.
Gli succede Luigi Longo, autorevole figura di comunista che tenta
di barcamenarsi tra una situazione burrascosa in cui il breznevismo,
riproposizione solo formale dell'ortodossia comunista, sceglie l'intervento
militare in Cecoslovacchia e l'Italia è scossa dal terremoto delle lotte
operaie e studentesche del 1968 e dalla fase del terrorismo di Stato. Si arriva
così, da un lato alla condanna da parte del PCI dell'intervento sovietico in
Cecoslovacchia, che apre la frattura coi sovietici, e dall'altro a una completa
stagnazione teorica e politica del partito, finchè l'arrivo di Berlinguer non
indica i nuovi orizzonti del 'comunismo' italiano.
Togliatti, nel definire la 'via italiana al socialismo', aveva
tracciato un percorso abbastanza netto. Una democrazia progressiva incarnata
dalla Costituzione e un movimento di massa popolare e democratico capace di
imporre gli obiettivi con la lotta. Ma proprio quando si apre in Italia la
nuova fase in cui parte il '68 studentesco e nelle fabbriche i lavoratori del
miracolo economico, Fiat in testa, aprono una nuova stagione di rivendicazioni,
il PCI perde la bussola e diventa un partito istituzionale che cerca di mediare
le spinte che vengono dal basso, senza una strategia di trasformazione. Il
contrario di quello che era stato affermato all'VIII Congresso di Roma. Qui sta
dunque il punto di crisi della strategia togliattiana e il capovolgimento della
linea del Partito comunista.
Certamente non possiamo dire come la nuova situazione sarebbe
stata affrontata se Togliatti fosse stato ancora al timone. Quello che è certo
è che i suoi eredi non hanno seguito le indicazioni su cui era stata fondata la
'via italiana al socialismo'. Al movimento studentesco che scuoteva le piazze,
le indicazioni del PCI sono apparse lontane e sbiadite, mentre per gli operai
si preparava la ricetta di Luciano Lama fatta di compatibilità, di
consociativismo e di rinuncia della CGIL a difendere la scala mobile. Il
trionfo della linea dell'Eur rappresentava la capitolazione e Lama era un
esponente di spicco del PCI.
Ma il vero e principale punto di crisi strategica del PCI fu la
stagione del terrorismo.
L'Italia era, e rimane, un punto di appoggio strategico
dell'imperialismo americano nel Mediterraneo, controllato con la collaborazione
di Israele e della NATO. Per questo, di fronte alla crescita del movimento di
lotta e della stessa influenza elettorale del PCI, dalla P2 ai servizi
americani e italiani viene messa in atto una strategia terroristica che doveva
riportare indietro la situazione e bloccare ogni via d'accesso al potere del
PCI.
Piazza Fontana, Bologna, Brescia, Italicus sono le tappe
principali di questa strategia e il PCI, invece di individuare le forze reali
che stavano dietro il terrorismo, si limita a parlare di forze eversive e si
stringe attorno alle altre 'forze democratiche' nella difesa di uno Stato che,
attraverso i servizi e i collegamenti internazionali, era responsabile di
quello che stava accadendo. Ci domandiamo perchè i responsabili veri degli
attentati non sono mai stati individuati? Chi li ha organizzati e protetti?
Un partito che doveva essere un partito di classe che sapeva
individuare i suoi nemici e combatterli diventa un partito istituzionale dentro
un sistema corrotto e inquinato.
A dare un senso strategico a queste scelte ci pensa poi Enrico
Berlinguer quando dichiara di sentirsi più sicuro sotto l'ombrello della NATO,
quando parla di democrazia in senso assoluto, quando punta a un compromesso
storico con la DC dopo i fatti cileni. A mettere in crisi la validità di questa
strategia, ironia della sorte, ci pensa il rapimento di Moro avvenuto nei
giorni in cui si svolgevano gli incontri tra l'esponente DC e Berlinguer.
6 - Perchè è stato possibile liquidare il PCI?
Se quelli che abbiamo
sommariamente descritto sono i passaggi attraversati dal PCI fino alla sua
liquidazione, rimane la domanda su come questa sia stata possibile, dal momento
che il partito aveva alle spalle una storia importante e una elaborazione politica
tra le più avanzate nel movimento comunista. Per rispondere bisogna
innanzitutto tenere conto che si è trattato di un processo lungo, che
comprendeva più di tre decenni. L'evoluzione è stata lenta e ogni tappa ha
determinato una modificazione della cultura e della pratica dei gruppi
dirigenti, finchè i punti di riferimento storici si sono andati identificando
con l'elaborazione berlingueriana e le scelte consociative del sindacato
confederale, la CGIL.
La trasformazione genetica è avvenuta nel tempo ed è stata
condizionata anche dall'entrata del PCI nell'area del sottogoverno e questo ha
esercitato una funzione di corruzione dei suoi quadri e dei suoi militanti.
Al momento della resa dei conti, quando, sotto la spinta emotiva
della caduta del muro di Berlino, Occhetto decise che era giunto il momento di
liquidare il partito, di fatto si è trovato di fronte a un partito trasformato
che non ha saputo reagire. Il Cossuttismo e la vicenda del gruppo Interstampa
non erano stati in grado di bloccare la deriva. In primo luogo perchè esisteva
nel partito una posizione più che maggioritaria (arrivava al 95% in sede
congressuale) e con questo dato oggettivo bisognava fare i conti. Poi perché la
minoranza cossuttiana non rappresentava il frutto di una battaglia con basi
teoriche e strategiche definite. Si trattava di fatto della posizione di un
dirigente che era stato estromesso dalla sua carica nella segreteria da
Berlinguer per i legami che aveva coi sovietici. Cossutta non si aspettava
quella mossa, ma Berlinguer aveva le idee chiare su come andare avanti e la
teorizzazione dell'eurocomunismo ne fu la prova.
Alla fine del PCI non ha risposto nessuna ripresa del movimento
comunista in Italia. Ad essa ha fatto seguito solo una strumentalizzazione
elettorale che ha avuto vita breve e ha lasciato sul terreno mucchi di macerie
che non sono state ancora rimosse.
P.S. Questi non sono che spunti per una discussione.
[1]
www.associazionestalin.it/togliatti_4_nuoviargomenti.html
[2] www.associazionestalin.it/PCI_8_TogliattiVIII.html
2 ottobre 2024